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mi hanno insegnato che se una cosa è troppo bella per essere
vera
. È probabile che non lo sia
" questa
la frase tratta da un film il cui titolo, credo non originale fosse
"Paura". Appartiene chiaramente ai luoghi comuni del pessimismo
ma serve a chi, come me curiosa per natura, riesce a provare esattamente
che invece il pessimismo, al paradiso, non può essere applicato.
Mi sforzo non poco a pensare a quanti angoli remoti in questo nostro
globo, il più vicino a quella piccola stella che ci riscalda,
ci fa crescere e ci nutre, possano godere in maniera concentrata
e diretta al punto di creare il posto ideale e perfetto in cui vivere
davvero e non sopravvivere esistano.
Fino a che i benefici non si sperimentano direttamente sulla propria
pelle, fanno parte soltanto di quellimmaginario collettivo
che grazie alle foto meravigliose dei fortunati che hanno vissuto
attraverso i cinque (o sei) sensi la magia di quei luoghi, ci sanno
raccontare.
Per me i luoghi ideali sono sempre state le isole, piccoli lembi
di terra sotto gli influssi ed in simbiosi con lacqua, il
vento ed il fuoco. Lesperimento questa volta è stato
staccarsi dalla piattaforma continentale e confermare che quelle
belle isole e atolli fossero anche vere. Con sommo piacere vi annuncio
che il paradiso non ha un solo indirizzo da quelle parti, in Polinesia
Francese, ma ha invece molte vie.
Collocazione
geografica
Linsieme di puntini marroni allinterno dellOceano
Pacifico a destra nei nostri planisferi e situato tra il 135°
ed il 150° grado, appena sotto allequatore prende il nome
di Polinesia. A 20.000 km di distanza dai nostri familiari ed altrettanto
belli (ma non caldi) lidi italiani troviamo cinque arcipelaghi.
La somma di tutte
le superfici di quelle isole e di quegli atolli non arriva neppure
a formare meno di 4000km quadrati di terra calpestabile. Erroneamente
noi denominiamo Tahiti tutto ciò che nel pacifico indica
la terra delle belle indigene che ballano il tamurè con i
gonnellini di foglie di cocco e che spesso confondiamo anche con
lamericanissima Honolulu, capitale delle Hawaii (Stati Uniti
di America) situata circa a 3500 km di distanza a nord ovest.
Tahiti è
soltanto lisola nucleo degli arcipelaghi dei mari del sud,
il punto di riferimento commerciale e sociale tra lEuropa
(anzi solo con la madre Francia) punto nevralgico del traffico aereo
tra Stati Uniti, Australia, Nuova Zelanda, Cile (con lIsola
di Pasqua Rapa Nui), questultimo più vicino
allarcipelago Polinesiano delle Australi, la cui ultima isola
Raivaevae si trova giusto al di sotto del tropico del Capricorno.Diciamo
quindi che Tahiti è vera ed è europea, qui si parla
francese e si mantiene ancora il rispetto degli autoctoni mentre
invece Honolulu, la capitale dello Stato di Hawaii è americana
a tutti gli effetti sia negli usi e nei costumi. Le origini sono
comuni come si può desumere dagli usi e costumi degli indigeni
maori, ma hanno perso nella parte statunitense, comunque molto lontana,
la parte vera che invece pervade ancora la magia del sogno delle
isole dove un tempo lequipaggio del Bounty si è ammutinato
.. le ragioni sono ancora oggi plausibili.
Allaeroporto di Tahiti
La prima cosa che colpisce le mie narici nono stante sia la stagione
delle piogge e quindi lumidità è poco più
alta del normale, è il fatto che né la temperatura
né il sole filtrato attraverso le nubi (così basse
che toccano i lembi dellisola) riescano ad affievolire un
profumo che permane ed inonda il mio sistema olfattivo e che purtroppo,
riuscirà soltanto a smettere di inebriarmi alla mia partenza
dal paradiso. Dallaeroporto internazionale di Papeete dopo
aver raccolto i miei bagagli mi dirigo con un carrello al piccolo
aeroporto che si trova giusto a destra a 200 metri di distanza dal
parcheggio principale. Una immensa capanna che ospita il check-in
di Air Moorea, un bar sulla sinistra ed un banco informazioni sulla
destra. Della gente che opera in questo luogo, utilizzo il termine
operare piuttosto che "lavorare" perché è
improprio utilizzare la parola "lavorare" in Polinesia,
perché, al contrario di come concepiamo noi il dovere, loro
operano solo se provano piacere in quello che fanno) percepisco
prima il sorriso e poi gli occhi .... poi intravedo il piccolo Otter
che mi porterà a Moorea, isola gemella di Tahiti, e mi accorgo
che la scaletta dove salgo è perfino più piccola di
quella della mia barca a vela...
Air Moorea assicura circa 40 voli giornalieri dalle 6 di mattina
fino alle 18.00 tutti i giorni. Il volo dura circa 10 minuti e con
un carnet di biglietti che si acquista alla partenza del costo di
circa 260 euro si possono visitare molte isole dellArcipelago
della Società. Sebbene mi renda conto di essere a circa 22.000
km lontano da casa vedo nel signore di circa settantanni seduto
dietro di me un profilo conosciuto. E Sean Connery polinesiano,
un signore dagli occhi profondi e saggi interamente ricoperto di
tatuaggi dalla testa ai piedi, dietro le orecchie, con un piccolo
pareo ai fianchi ed un bastone in mano.
Mi sento imbarazzata e penetrata dai suoi occhi tanto che non oso
chiedergli se posso fargli una fotografia. I polinesiani, a differenza
delle altre popolazioni indigene dove il turismo imperversa e quindi
disposte a "vendere" la propria anima per un pugno di
dollari, non amano due cose: una è farsi fotografare e la
seconda è, farsi lasciare la mancia per lopera che
svolgono che viene invece retribuita con lauti salari (rispetto
ai nostri). Dopo un ora dallatterraggio non mi sembra proprio
il caso di approcciare il paradiso in questi termini, soltanto per
avere una foto .... sarò ripagata lautamente per questo...
Il tamaaraa
Nel silenzio della notte dai fare (mettere foto del fare di
Moorea sullalbero) si sentono abbaiare i cani, per la strada
non cè illuminazione e quindi, dopo il tramonto, è
bene portarsi un bastone per non venire attaccati dai cani che proteggono
il proprio territorio (anche se ho scoperto che non sono affatto
mordaci, abbaiano solo perché non vedono), ma ieri notte
ho sentito anche delle voci umane che mormoravano frasi sommesse
in tahitiano. E domenica mattina, sono circa le 2 del mattino,
si sta preparando il forno polinesiano il "ahimaa"....
Vengono appoggiati grossi tronchi di legno duro con pietre ollari
di grosse dimensioni, dentro una buca scavata in terra ad una profondità
di circa un metro e mezzo e viene acceso un fuoco. Quando le pietre
sono ben calde vi viene appoggiata sopra una grossa teglia di ferro
che contiene un misto di pesci spada tagliati a pezzi, maialini
di latte, granchi di cocco (crabbe de cocotier), "uru",
il frutto dellalbero del pane, "fei" un tipo di
banana rossa, dolce che può essere mangiata solo cotta, ed
il "taro" una specie di barbabietola dolce. Al centro
una pentola "cocotte" contiene latte di cocco mescolata
a spinaci che servirà poi a condire il resto dellarrosto
in bianco. Questo ben di Dio viene coperto da foglie di banano e
viene lasciato a cuocere fino al giorno dopo a mezzogiorno.
Al risveglio corro e chiedo a Taara (una delle cuoche) quanto ancora
dobbiamo aspettare per gustare questo pantagruelico pranzetto. Lei
mi risponde ... "tu vai ad incontrare gli squali e poi ritorna
con la loro fame ...." così ho fatto. Sono ritornata
giusto in tempo per la cerimonia di apertura del forno ..... i balli
ed i canti in conviviale, il cibo che si gusta con le mani, il sole
ed i sorrisi. La cerimonia di tamaaraa di solito avviene la domenica
e per le feste ricordate e su tutte le isole e sugli atolli polinesiani
ricorda la serenità dei locali e la loro armonia con la natura.
Dopo il pranzo si balla e la scuola di Nita si esprime in tutta
la leggiadria di questo mondo attraverso giovani ragazze che intrattengono
i locali e pochissimi turisti ammessi a questa cerimonia, tra i
quali io, che non tentano neppure di scimmiottare i gesti delle
danzatrici per non rovinarne lincanto. I tiare che portano
al collo ed i profumi di vaniglia e di hibiscus fanno da sottofondo
a quei ritmi sensuali che inondano il villaggio.
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